Su ogni libro di scuola si narra di guerre e oppressioni ma nessuno rende conto del momento esatto che viene prima, quello dove nulla ancora influisce sulla vita di ognuno ma solo su quella di qualcuno -poveri sfortunati, si dice- quella parentesi pregna d'innocente voglia d'ignoranza, dove non è importante ciò che si sa effettivamente ma ciò che si vuole sapere e cioè nulla, appunto, nulla di nulla.
Un giorno qualche libro di storia parlerà di noi e del nostro tempo, di quel momento di idealismi e illusioni sulla pace dopo la guerra fredda durato un soffio (cinquant'anni nella storia non sono niente) nel clou del qual siamo nati e pasciuti (perchè a scuola t'insegnavano che eri nato in tempo di pace, non solo nel tuo paese ma una pace generale -questo prima della guerra del golfo- e che se gli U.S.A. erano i buoni l'ex U.R.S.S. adesso comunque non era cattiva, anche se fingeva d'esserlo ancora in ogni ultimo film d'azione) e al cui tramonto non ci rassegnamo, rifiutando di accettare quanto alle nostre spalle sta crescendo, e questo solo perchè non osiamo guardarlo in faccia, persi in un mal celato senso d'inquietudine, d'attesa, di frustrazione.
Tu chiamali, se vuoi, catastrofismi. Io però non dimenticherò, da vecchia, che quando mezzo mondo ardeva di guerre non pubblicizzate e oppressioni mediatiche messe sotto il tappeto, che quando dal seme della Georgia -un paese minuscolo- fioriva una conflittualità in grado di dividere di nuovo in due (ma anche in tre-quattro) l'orbe terraqueo intero -senza contare lo spazio con i suoi (perforabili) scudi preventivi, potenziali muri di Berlino di fattura trasparente- il così detto "occidente" era attaccato alla TV con il fiato sospeso... a vedere lo sport.
Perchè le Olimpiadi sono morte in Ellade nell'antichità, quando ogni rivalità tra civiltà si fermava per dar luogo al rito sacro che si celebrava attraverso i corpi, esorcizzando in sforzi di singoli individui gli sforzi bellici delle genti... ma di espressione di civiltà si trattava, appunto: nulla a che vedere con questa maxi-organizzazione internazionale che si riempie di parole e a cui di nulla frega, in realtà, tranne che dei soldi degli sponsor, mastodontica e inamovibile persino di fronte ai lutti dovuti a eventi non politici, come nel caso spagnolo, quasi che l'unica sofferenza che si possa ostentare sia quella della fatica, edulcorata, di chi mira a un riconoscimento personale.
E noi cretini appresso, a tifare, mentre i giornalisti sportivi - ovvero il residuo ultimo del giornalismo - ci raccontavano quant'era bella, pulita, ordinata e sicura Pechino. Affanculo le olimpiadi.



La foto più carina che ho visto ultimamente sui giornali "di cronaca rosa" (o almeno così li si chiamava un tempo, alè) che accompagnano le mie mattine da bagnante (cioè nel bagno di casa, qua vacanze...) è questa di Jim Carrey che, uscito con la compagna a farsi una passeggiata sulla spiaggia, viene circondato da paparazzi, così va appositamente a "cambiarsi" per ritornare a passeggiare tranquillamente ma conciato così.



































